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mercoledì, 22 Maggio 2024

la democrazia in crisi

Municipio di Cantarana, sala consigliare, 14 aprile 2023. Federico Fornaro ha presentato il suo libro "Il collasso di una democrazia. L'ascesa al potere di Mussolini (1919 - 1922). Il grave errore di considerare la libertà un fatto scontato

Senza la prima guerra mondiale non ci sarebbero stati fascismo e nazismo.  E’ vero che la storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia, è un fatto che l’Italia esce dal primo conflitto mondiale debole e prostrata. La violenza è diventata la normalità. La guerra è entrata in tutte le famiglie, come testimoniano i tanti monumenti ai caduti che vediamo nei nostri paesi. Nessun luogo è stato risparmiato. Il primo conflitto mondiale è stato la prima guerra di massa dove un popolo, spesso analfabeta, viene mandato a combattere senza che ne capisse il motivo. La vita non conta. Questo ci dice Federico Fornaro nel suo libro “Il collasso di una democrazia -L’ascesa al potere di Mussolini 1919 -1922”. Davanti ad un pubblico di una ventina di persone, Fornaro ha presentato il suo ultimo lavoro da storico, dialogando con Mario Renosio, che da poco ha lasciato la direzione scientifica del Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea di Asti.

L’iniziativa è stata promossa da “Villafranca Domani”, dalla Biblioteca di Cantarana “Ezio Pavia” e dalla Biblioteca di Dusino San Michele. Perché l’abbiamo voluta? Riteniamo il tema proposto da Fornaro molto attuale. Una democrazia può collassare? Può morire? Nel suo libro, l’autore ci dice di si. L’Italia uscita stremata dalla prima guerra mondiale non sa gestire le sue emergenze e si affida ad una classe politica debole, fuori dal tempo, divisa, incompetente. Classe politica nella quale emerge un nuovo soggetto aggressivo: Benito Mussolini. Un capopopolo nuovo che promette di riportare l’ordine con la violenza. E l’Italia borghese ci crede e lo appoggia. Quelli che dovevano essere gli argini a tutela della democrazia si arrendono progressivamente fino allo schianto finale che ci porta a vent’anni di dittatura. Potrebbe capitare di nuovo? Se la parte buona della società si disimpegna e fa finta di niente di fronte a derive autoritarie, a cosa andiamo incontro? La libertà può morire? A pochi giorni dalla ricorrenza del 25 aprile, proponiamo questa riflessione.

Un ringraziamento a Mario Renosio, che da tanti anni con pazienza e attenzione ci accompagna in questi incontri. Un grazie all’Istituto Storico per la Resistenza di Asti per la collaborazione. Un doveroso grazie al Comune di Cantarana e al sindaco Roberta Franco che ci apre sempre le sue porte, mostrando accoglienza e sensibilità alle nostre proposte.

C’era bisogno di un altro libro sulla storia del fascismo? Si. Per provare a restituire la complessità della storia come antidoto ad uno dei mali  del nostro tempo: l’eccesso di semplificazione che si porta dietro altri rischi, come l’oblio della memoria e il tentativo attuale di riscrivere la storia del fascismo. Il lento trascorrere del tempo ha portato un presidente del consiglio a descrivere il confino come una sorta di villeggiatura.
Fornaro evidenzia una singolare coincidenza. Il 16 novembre 1919 si svolgono prime elezioni a suffragio universale maschile con il sistema proporzionale. Il fascismo era nato da pochi mesi. Mussolini presenta una sola lista. A Milano, culla del movimento, prende l’1,5 per cento. Politicamente, è un uomo morto. 16 novembre 1922,  un Mussolini tracotante pronuncia in Parlamento quello che è passato alla storia come il discorso del bivacco. Prende a schiaffi l’istituzione parlamentare e dice la terrà aperta fino a quando vorrà lui. Cosa è successo perché in tre anni lo scenario cambiasse in modo così profondo? Danno sostegno al governo Giolitti, Salandra, Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, tutti ex presidenti del consiglio.  Danno un sostegno forte Benedetto Croce, Luigi Einaudi. Da la fiducia il sette volte capo del governo dell’Italia repubblicana Alcide De Gasperi e un futuro presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi.
Dalla guerra, l’Italia esce formalmente come un paese vincitore. Però presto si impone la visione della vittoria mutilata, strumentalizzata dal fascismo a proprio favore. Le tante promesse che rimangono disattese. La guerra causa la rivoluzione russa, con la caduta degli zar. Per la massa dei proletari in Europa e in tutto il mondo era la realizzazione di un sogno. La nascita concreta di uno stato senza classi. Il libro sostiene la tesi che tutta la sinistra italiana, sia pur con diverse intensità, rimane abbagliata dalla rivoluzione russa. Fino al punto di non comprendere il carattere eversivo del fascismo. Non si forma un’alleanza antifascista. Perché? I liberali fanno lo stesso errore dei conservatori tedeschi con il nazismo. Pensano di istituzionalizzare il fascismo, aprendo le loro liste al movimento. Pensano basti portarlo in Parlamento. La storia andrà in modo assai diverso. I popolari, appena nati, ottengono un 20 per cento nelle urne elettorali. Un risultato straordinario. Vogliono essere la terza via. Ne con i liberali. Ne con i socialisti. Finiranno per appoggiare il fascismo. I socialisti si dividono. La Monarchia si preoccupa di se stessa. Vittorio Emanuele III accetta che sia il fascismo a fare il lavoro sporco contro la sinistra e teme che il duca d’Aosta gli soffi il posto. Il re sancirà il collasso del sistema rifiutandosi di firmare lo stato d’assedio per fermare la marcia su Roma. Quella marcia su Roma che viene molto enfatizzata dalla propaganda fascista. Qual è il punto di rottura? L’autunno del 1920: la stagione dell’occupazione delle fabbriche dove avviene la vera spaccatura a sinistra, tra riformisti e rivoluzionari sancita poi al congresso di Livorno. Avviene anche la rottura tra il mondo imprenditoriale e agrario con Giolitti e i liberali. Giolitti si rifiuta di intervenire contro l’occupazione. Gli imprenditori e gli agrari non si sentono più rappresentati e guardano al fascismo come al partito dell’ordine, contro l’onda rossa. Fascismo che aveva colto l’occasione rappresentata da quanto stava avvenendo e aveva abbandonato le sue iniziali velleità rivoluzionarie. Fascismo che vuole colpire soprattutto le conquiste sociali riformiste. Inizia l’onda nera. Una sorta di controrivoluzione di una rivoluzione che non c’è mai stata e si porta via la democrazia italiana.
Che lezione possiamo trarre da questo pezzo di storia? Fornaro lo dice chiaramente: la democrazia non esiste in natura. E’ una modalità di governo ma non l’unica possibile. La democrazia può avere momenti di crisi. Quando ciò avviene. Quando siamo troppo sicuri che, tanto, non potrà mai succedere, è più facile che possa essere aggredita e collassare. Oggi non c’è stata la guerra mondiale. Il valore della vita è molto più tutelato. Ma viviamo una fase di grande fragilità. I sintomi della malattia? L’astensionismo. Quando si elegge il governo di una grande regione con meno del cinquanta per cento degli elettori, non c’è un problema di legittimità formale. C’è un problema di legittimità sostanziale. C’è mancanza di fiducia nella democrazia rappresentativa. Chi non va a votare è molto diverso da chi ci va. Oggi chi non va a votare è tendenzialmente un marginale. Basso reddito. Bassa scolarità. Prima vedeva nel partito e nel voto un modo per emergere. Ora non più. L’altro sintomo è l’ascensore sociale che non funziona. Oggi non abbiamo più la certezza di dire a nostro figlio che starà meglio di noi. Il progressivo aumento delle disuguaglianze sociali: pochi che stanno sempre meglio e tanti che hanno sempre meno. Se la democrazia non aiuta l’emancipazione e la crescita non risponde più alla sua funzione fondamentale. Quale rischio corriamo? Il lento scivolamento verso una forma di democrazia apparente, con dentro aspetti autoritari. Ci sono deterrenti? Si. L’Unione Europea che allora non c’era. L’indipendenza della magistratura. La corte costituzionale. Cosa fare? Non sottovalutare ne sopravvalutare. Alzare il livello dell’attenzione. Con i libri.  Con l’azione politica. Con l’importante salvaguardia della memoria. Attività oggi più complessa perché siamo chiamati a farla con la progressiva e normale uscita di scena di quelli che furono i testimoni della Resistenza.
il pubblico presente in sala
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